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Silvia Bredice

testi critici

“Natura InForme” Sculture in ceramica Raku…”Il processo conoscitivo ha sviluppato nell’artista una grande curiosità e una vera passione per i microrganismi che vivono sul terreno e in specchi d’acqua dolce di cui ha colto la perfezione delle linee e delle strutture geometriche. L’artista riproduce in modo fantastico, ingigantendo tali strutture disvelando così al visitatore delle sue mostre, come attraverso un caleidoscopio, policromie e forme insolite, altrimenti non conoscibili. Ma la contemplazione della natura non è quella illusoria auspicata da Rousseau nel progetto educativo per Emilio, allontanato dalla società che potrebbe corromperlo nella sua bontà innata, bensì è consapevole dell’intervento degradante dell’uomo, dell’inquinamento e dei problemi ambientali. Ciò si evince nelle opere esposte nella mostra intitolata “Mutazioni” (Maggio 2016) dove l’artista denuncia il pericolo dello sconvolgimento dell’ecosistema provocato dai rifiuti abbandonati e non riciclati. L’inquinamento ambientale può determinare mutazioni genetiche del regno animale e vegetale: microrganismi quali la vorticella o il flagello di un urceolus potrebbero aumentare notevolmente le dimensioni ed essere costituiti di filamenti metallici, trasformati da una natura in rivolta. Questa visione apocalittica viene bonificata da una fiducia ottimistica nella Natura che tende sì a rivoltarsi, ma anche a riequilibrarsi integrando e rielaborando i residui e gli scarti delle lavorazioni dell’uomo. Ciò si esprime soprattutto nella produzione di vasi ed anfore “panciute” dalla rotondità perfetta interrotta da spuntoni, vecchi ferri arrugginiti, pezzi metallici, abbandonati sul terreno che vengono inglobati dall’argilla ricostruendo un’armonia diversamente persa. A quanti si apprestano ad osservare le opere di Renza Laura Sciutto suggerirei questo percorso: dalla godibilità di una oggettistica di cui l’approccio ludico dell’artista con la ceramica è evidente, così come la maestria nella tecnica a colombino e del Raku, ad opere che rivelano le criticità ambientalistiche ed ecologiste dei nostri anni, fino a quelle rassicuranti dove Natura superando l’antitesi tra Hybris e Dike, afferma quest’ultima. “ANTITESI“ dal 15 al 30 Aprile 2017 a palazzo Ciabrera ad Acqui Terme (AL) …in quest’ultima mostra, le opere inedite, che possono essere raccolte significativamente con il titolo “Antitesi”, manifestano l’attenzione di R.L.Sciutto verso le problematiche della nostra società che rivelano contrasti tra idee, tra valori, tra regole nella multietnia, contrapposizioni tra gruppi egemoni e conseguenti comportamenti irrazionali frutto di sottocultura e di ”regressione”. Sono particolarmente suggestive alcune opere, su cui si richiama l’attenzione del visitatore, così intitolate: ”La bella e la bestia “dove l’eleganza di una figura femminile è in netto contrasto con un rettile di grandi dimensioni a cui è legata da catena, Eros e Thanatos, ombra e luce, vita e morte, l’ambivalenza emotiva caratterizza il comportamento dell’uomo che è impegnato in una lotta continua per promuovere la spinta vitale e inibire quella mortifera; “La natività” dove un barcone di migranti diventa luogo di nascita e ci rimanda inevitabilmente al tema della morte e della rinascita; “Lacerazioni” dove su di un piano si aprono squarci “dell’anima “ che affiorano alla coscienza; “Angeli” con ali nere, i cui drappi lineari sono interrotti da strutture metalliche, quasi a significare il deterioramento e l’ambivalenza dei sentimenti, ma anche la ricerca continua dell’equilibrio. Tutto si manifesta attraverso l’alternanza di luci ed ombre ottenute con la maestria nella tecnica Raku, dove la terra (argilla) si trasforma ad opera del fuoco ed assume, grazie agli smalti, iridescenze e policromie imprevedibili. Renza Laura Sciutto prende l’avvio dalla Natura, dal comportamento degli uomini e nel coglierne l’imperfezione la denuncia, per evidenziarne, però, il senso del mistero e per farne motivo di ispirazione della sua produzione. L’artista sembra voler contenere e neutralizzare ciò che di inquietante coglie nella realtà, cerca di conciliare gli opposti, dopo averne raggiunto la consapevolezza, alla ricerca di una sintesi auspicabile e forse possibile grazie ad un atto creativo. Silvia Bredice 2017

Settembre 25, 2026 / 0 commenti
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Carlo Prosperi

testi critici

” mutazioni tra arte e bio-arte” – Sculture in ceramica RakuÈ da tanto, almeno dal lontano 1980, quando nella Biblioteca di Urania uscì un’antologia di racconti fantascientifici di John Wyndham con questo titolo, che si parla di Mutanti e mutazioni. Due anni dopo fu la volta di BladeRunner, lo splendido film di Ridley Scott, dove l’androide RoyBatty, un replicante, poco prima di morire pronuncia il suo famoso monologo: « Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire ». Ma, in realtà, di cose che sembrano inimmaginabili il mondo dell’arte è pieno, tanto che, per limitarci al tema delle mutazioni genetiche, qualche preannuncio si può già scorgere nel Frankenstein or the modernPrometheus di Mary Shelley (1918) o nello Strange Case of Dr Jekyll and MrHydedi E. R. L. Stevenson (1886). E nel 1891 il belga Jules Destrée, nel suo studio sulle litografie di OdilonRedon, avvertiva come questi avesse “introdotto nell’arte il mostro generato […] dalle ricerche scientifiche nelle regioni terrificanti dell’infinitamente piccolo”, mostrandosi ossessionato “dalla fermentazione inspiegabile della vita” e dalle “formazioni di animalità in molli masse di protoplasma”. Oggi che, con gli straordinari progressi della chimica e della biologia, le clonazioni e le manipolazioni genetiche degli organismi sono divenute prassi ordinarie, le preoccupazioni che già allarmavano i nostri avi sono esponenzialmente cresciute. Anche perché gli scienziati sembrano talora degli apprendisti stregoni e non sempre sono in grado di prevedere e di gestire gli esiti dei loro esperimenti, quando, ad esempio, adattano le piante ai veleni chimici, come nel caso della Monsanto, uno dei colossi mondiali della chimica, che produce una soia a cui sono state aggiunte parti del genoma di un virus e di un batterio per renderla inattaccabile dall’erbicida tossico Roundup. Sentiamo poi parlare, con allegra indifferenza, di modificazioni genetiche ottenute inserendo geni di pesci, rettili o scorpioni nei patrimoni genetici di altri animali e di vegetali. Di fronte a esperimenti del genere noi profani proviamo lo stesso raccapriccio che suscita la vista di impensabili mostruosità. Per forza di cose, dunque, l’arte e gli artisti, che nel percepire i pericoli hanno in genere antenne più sensibili dell’uomo comune, sentono il bisogno di suonare un campanello d’allarme o, comunque, di dire la loro al riguardo. Così negli ultimi tempi abbiamo visto fiorire un’arte che si confronta e si misura, magari interrogandosi e a sua volta cimentandosi in audaci esperimenti, con le ultime frontiere della biologia. E dietro queste iniziative c’è quasi sempre un’evidente istanza etica. Si parla pertanto di “arte biotech”, di “bioarte” oppure di “transgenic art”. Edoardo Kac, l’artista brasiliano che della “transgenic art” è stato l’iniziatore, è giunto a creare degli animali fluorescenti, rifacendosi alla concezione rinascimentale dell’artista come emulo o simia Dei. Lo stesso Tarkovskij aveva detto che “l’artista esiste perché il mondo non è perfetto”, prospettando inopinatamente l’esigenza di un “ottavo giorno” destinato alla creazione di organismi transgenici e di ibridi biomeccanici. Una sfida per certi versi faustiana. Per questo Omar Ronda, con le sue fusioni genetiche, ironizza sui gesti folli degli scienziati, destando nell’osservatore una salutare inquietudine. Altri artisti – come Joe Davis, George Gessert, Marta de Menezes e il gruppo SimbioticA -, particolarmente sensibili alle trasformazioni culturali in atto, si servono delle biotecnologie al fine di orientare il dibattito su talune questioni cruciali della contemporaneità. Jens Hauser ha recentemente affermato che “lo scopo dell’arte [biotech] è quello di sollevare il velo su quanto accade all’interno dei laboratori di genetica per interrogarsi sulle tecnologie e imparare a utilizzarle”. Ed è diventata celebre ormai la sua icastica formula, per cui “il Dna è diventato medium artistico”. Ora, senza giungere a questi estremi, per certi versi non meno inquietanti dei fenomeni che intendono denunciare, anche Renza LauraSciutto ha avvertito il bisogno di esprimere e nello stesso tempo esorcizzare le apprensioni e – diciamo pure – le paure suscitate in lei sia dalle consapevoli manipolazioni genetiche sia dalle inconsapevoli conseguenze dell’inquinamento ambientale. Ella tuttavia non ricorre a tecniche provocatorie e nemmeno accetta di sostituire “la realtà della rappresentazione” con la “presentazione della realtà”, in modo da “ridurre al minimo – come auspicato da DmitryBulatov – il confine tra naturale e artificiale”. Renza si guarda bene dal cadere (o dallo scadere) nel kitsch, sia pure il genomickitsch di quanti utilizzano materiale organico od aggregazioni di cellule create in laboratorio. Credo anzi che la cosiddetta wet art le faccia un po’ senso. Per questo ella rimane fedele alla tecnica raku, che negli anni ha dimostrato di sapere padroneggiare sempre meglio. Questo tipo di scultura, peraltro integrato o contaminato con elementi o accessori allotrii (occhielli, becchi, peduncoli, molle, ma anche basi o piedistalli di ferro necessari per le installazioni), le consente di domare e dominare le proprie angosce, imprimendo ad esse un puntuale e rigoroso sigillo formale. Non è solo una questione di etica, che, quando si tratta di arte, riesce sempre un po’ sospetta, specialmente se si impone come motivazione primaria; è soprattutto una questione di estetica: il gusto e il piacere del manufatto realizzato con cura, assecondando i canoni della bellezza. Dove naturalmente per bellezza non si intende la classica perfezione del finito, quella cui, a un’interpretazione superficiale, parrebbe proprio alludere la succitata frase di Tarkovskij. II quale – secondo noi – non pensava affatto che questo mondo andasse sostituito con un altro artificiale, ma nell’imperfezione da lui denunciata leggeva, se mai, il segno di un mistero, il motivo di un’ispirazione. Renza Laura prende qui spunto dalla natura e, con rigore d’artista, in una lucida visionarietà, ci propone delle mutazioni genetiche, senza però ricorrere all’organico, senza intervenire sul vegetale. Il medium da lei privilegiato resta l’argilla, con la sua plasticità e con gli effetti cromatici che il fuoco di cottura e gli smalti ad arte distribuiti riescono a ottenerne. Si tratta dunque di una natura

Settembre 25, 2026 / 0 commenti
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Alida Gianti

testi critici

“Mutazioni tra Arte e Bio-Arte” – Sculture in ceramica Raku E’ del tutto naturale che un artista manifesti, in forma più o meno elaborata, i vari aspetti del proprio sentire e delle proprie intenzionalità. Questi si traducono, evidentemente, in modalità espressive del tutto personali che talvolta hanno caratteri così insoliti ed originali da definirli sorprendenti. Ciò può accadere, ad esempio, quando la tematica indagata dall’artefice appaia insostanza sconosciuta all’osservatore, seppur non culturalmente estranea… Questo e l’effetto in me prodotto dall’esposizione personale che Renza Laura Sciutto, brava ceramista/scultore di Mombaldone (AT), ha proposto in tempi recenti a Valleggia di Quiliano (SV), dove, all`inteno del vasto e moderno Centro dell’Arredamento, ha sede la Galleria del Cavallo, da anni costantemente attiva a favore della promozione artistica. In piena primavera 2016 la proposta della Sciutto, che è frutto di un iter operativo molto intenso, ci ha introdotti verosimilmente in un ambito “scientifico”; questo e facile da capire se pensiamo alla formazione scolastica dell’artefice, biologa che da non molto ha concluso una lungastoria di docenza nella scuola pubblica. Biologa Ceramista, occorre però ribadire, con sedimentata esperienza e speciale predilezione per la tecnica raku. Eccoci dunque a MUTAZIONI TRA ARTE E BIO-ARTE., proposta già incuriosente a partire E’ stata però la visita sotto la stretta guida della nostra creativa a sollecitare, accanto al piacere di osservare sculture davvero insolite e tecnicamente impegnative, un’autentica stimolazione culturale rispetto ad ambiti conoscitivi non frequentati, vago eco, tutt`al più, di studi lontani. Nella realtà dell’esposizione, le mutazioni sopra suggerite non paiono peraltro inquietanti: esse non traducono tout-court, come di questi tempi si tende a pensare, il senso della preoccupata denuncia di una situazione generale che si teme poter essere stravolta da pericolose manipolazioni umane. Piuttosto, questi cambiamenti vengono registrati e palesati, attraverso sapienti soluzioni formali, alla luce di una serena quanto ineluttabile presa di coscienza: sarà sempre la natura, comunque, a prevalere, come l’artista stessa ci sottolinea durante il coinvolgente percorso di visita. In fondo, la natura davvero non teme l’uomo, ma tende naturalmente (e potrebbe essere altrimenti?) ad inglobare e ad ingoiare ciò che incontra, piuttosto che ad esserne sopraffatta. Poichè, inoltre, le mutazioni in oggetto si dichiarano “fra arte e bio-arte”, la possibile inclinazione al pessimismo può stemperarsi nel puro piacere di un libero divertissement, generato da creatività consapevole e da speciale fantasia. Ne consegue che la vista di una Contaminazione virale (raku e metalIo, 2015) non ci allarmerà così come quella della Zucca mutante (raku e metallo, 2015); analogamente, sarà bello scoprire i Granuli di polline ingigantiti, protagonisti di un’aerea installazione tutt’altro che minacciosa, oppure l’insolito Pesce falciatore (raku e metallo, 2015) che, a dispetto delle sue tenaci pinne metalliche-seghettate, non desta sospetti di aggressività. A tal proposito, notiamo nelle sculture la diffusa presenza di elementi metallici – sotto forma di materiale di recupero (chiodi, segmenti di catena di bicicletta fili di ferro, scarti di ritorniture, cerchi di botte, vecchi supporti) – impiegati per completare il senso dei lavori, e in modo talvolta sostanziale. Oltre alle già citate pinne, ecco ad esempio le protuberanze di un Carpoforo, ovvero lunghi chiodi dal profilo curvilineo, nonchè i brevi ferretti “ciglia” disposti a frangia Sui bordo di coniche Vorticelle. Di forte impatto e poi la schiera di flessibili Vermi tubicoli (in realtà riccioli spiroidali metallici, scarti di lavorazioni) che fuoriescono dai loco rifugi modellati a piccoli cilindri: non ha nulla di repellente, questo insolito mazzo di fiori tecnico” posto in rustico contenitore panciuto; esso ha piuttosto I’aspetto di Una scultura/vaso. fortemente attraente! In ultima analisi, l’ottimo livello espresso dall’esposizione ligure di Renza Laura Sciutto sembra essere frutto dell`armonioso bilanciamento tra stimoli culturali originati da studi di biologia e capacità di dar loro forma scultorea attraverso I’arte ceramica, da lei coltivata con grande passione ed applicazione manuale. Il processo, però, non procura soltanto frutti ben risolti in termini tecnico-estetici perchè la nostra creativa ha anima d’artista e, come tale, non sa fermarsi all’apparenza appagante, riuscendo infatti ad arricchire le sue opere di un prezioso valore aggiunto. Alida Gianti – Genova Luglio 2016

Settembre 25, 2026 / 0 commenti
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Giorgio Siri

testi critici

“Tra oriente e occidente” – sculture in ceramica RakuRenza Laura Sciutto, al pozzo Garitta a fine agosto, ceramista per diletto, inizialmente, in quanto, prima di tutto, laureata in scienze biologiche all’Università di Genova, lavora, preferibilmente, con la tecnica Raku, un antico tipo di cottura dell’argilla, originario del Giappone. Esso è basato sul trattamento termico dell’oggetto, che viene posto, ancora incandescente, in un contenitore a contatto con materiali combustibili e ossidanti, in modo che ogni oggetto risulta essere originale e non ripetibile. Il procedimento Raku veniva messo in atto con una particolare ritualità, come ci ha confermato anche l’artista, in origine forse legato alla cerimonia del te. L’artista afferma una volontà etica nella sua ricerca, volta ad esprimere l’armonizzazione fra uomo, natura ed ambiente, contraria alla “filosofia dell’ abbandono e del gettare via” e tale tensione prende forma concreta nell’utilizzo di scarti od oggetti metallici di recupero per una “contaminazione” creativa interessante e di effetto ma, al di là di ciò, che sicuramente è vero, ciò che di Renza Sciutto colpisce è proprio la messa in opera formale, è proprio l’utilizzo sorprendente della materia della ceramica, trattata secondo il procedimento Raku. Leggo su di una presentazione dell’abilità dell’artista nell’uso degli smalti ed è forse proprio questa la caratteristica che rende immediatamente avvincenti le ceramiche di Laura Sciutto; tale alone di sapore spiccatamente, corposamente orientale, applicato al nostro ambiente di qui, anche se, fra gli oggetti realizzati dall’artista, ve ne sono che traggono direttamente ispirazione dall’oriente o di esso riflettono reminiscenze. Laura Sciutto, al Pozzo Garitta, ha esposto una parte della vasta gamma di oggetti che realizza; se si ha modo di conoscerne altri spicca ancor di più l’affascinante inserimento, o, se vogliamo, la sorprendente sovrapposizione orientale ed occidentale. Certe figure da presepe, certe immagini di donne col capo fasciato dallo scialle, rivelano come Renza Laura sappia trasportare il suo mondo di Mombaldone, dove risiede, in una prospettiva lontana, esotica, inusitata. E ciò vale anche per le forme microscopiche note a lei, biologa, che vengono trasformate, all’osservatore delle sue ceramiche, in forme artistiche misteriose ed inquietanti, ma comunque anch’esse suggestive ed accattivanti nella brillantezza del loro smalto! L’artista afferma che lavorare l’argilla è per lei un divertimento e svela pertanto quell’aspetto “ludico” che spesso non viene intuito o riconosciuto nell’ispirazione artistica ma che, forse, andrebbe maggiormente considerato. Il sincretismo di Renza Laura Sciutto dimostra infine come la cultura orientale, per certi versi per noi sempre “misteriosa”, possa aprire prospettive interessanti e a noi prossime nella cultura occidentale! Giorgio Siri -2013

Settembre 25, 2026 / 0 commenti
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Arturo Vercellino

testi critici

“Racconti di Terra” – Sculture in ceramica RakuArturo Vercellino critico e storico d’arteDopo i lusinghieri successi ottenuti a Ponzone e Orsara Bormida, Renza Laura Sciutto espone a Visone, nell’Oratorio di San Rocco, dal 19 giugno (inaugurazione ore 17.30) al 3 luglio 2011: una mostra di ceramiche raku, organizzata dall’Associazione culturale Vallate Visone Caramagna, con il patrocinio della Provincia di Alessandria, in cui non mancano certo interessanti novità, frutto della recente produzione. Il percorso proposto è variegato ed è facile indovinare un’insolita aspirazione ad innovare e sperimentare. La Sciutto ha raggiunto esiti di rara qualità e prestigio avvalendosi, con accresciuta esperienza e sicura padronanza, di una lavorazione, dalle antiche origini giapponesi, in grado di esaltare originalità e bellezza nella naturale semplicità delle forme. Questa tecnica, dagli esiti spesso imprevedibili, fa sì che i quattro elementi (terra, fuoco, aria e acqua) diventino artefici al pari dell’artista. D’altronde il carattere stesso di Renza, misurato ma effervescente, comunicativo e mai scontato, ben si sposa con il tasso di casualità da cui hanno origine i risultati che contrassegnano l’unicità delle opere. Esse sono forgiate con interventi immediati, segnati dalla voglia trascinante del contatto fisico con la materia che rivela una appassionata partecipazione. L’equilibrio formale distingue maggiormente la serie delle anfore e dà vita a chiare proporzioni concretizzate da una fruttuosa ansia espressiva, che è alla base della iniziale “scintilla”. Sono ceramiche duttili e ricercate, scandite con purezza ed eleganza nelle loro linee flessuose, nelle morbide curve che le frequenti contaminazioni, dovute all’inserimento di rottami metallici di recupero, in questo modo riqualificati, rendono ancora più singolari. Non mancano altri elementi di interesse e curiosità: piatti e vasi, incisi da aspre lacerazioni, palesano, anche nei dettagli, una sorprendente carica inventiva e un appropriato gusto pittorico. In ogni caso è sempre la realtà, la sua attenta osservazione o il racconto che la rende viva, a fare da richiamo. Figure umane, animali, oggetti diventano, trasformati da un estro vivace, immagini appartenenti ad un mondo fantastico, in cui tutto è pervaso da una patina pungente, melanconica o giocosa. Davanti a un gufo, a una civetta, degni delle rappresentazioni di Franz Marc, si ha la sensazione di essere calati in un regno magico: sottratti a sfondi consueti, muti, essi sembrano tesi a scrutare lo spettatore come per invitarlo a guardare il mondo con la stessa trasparenza del loro sguardo. L’esuberanza artistica di Renza si coglie, soprattutto, nei suoi personaggi che sanno comunicare sogni, speranze, illusioni, fatiche e sofferenze di una quotidianità reinventata in una dimensione surreale. Sono attori senza maschera ma lo stesso efficaci nelle forme essenziali, i cui spunti espressionistici forzano ironicamente l’impianto naturalistico. I colori bruciati o rilucenti, bruni scuri, rossi, bianchi striati emergono da un linguaggio elementare ed istintivo ispirato, per l’occasione, anche dalla avvincente descrizione di tipiche figure della Visone di un tempo. Uno dei tanti pretesti dai quali prende sovente forma la poesia tattile di Renza, una poesia impastata di terra come le parole e i gesti impolverati che sa fare riemergere dalla memoria collettiva. Straordinariamente, nelle sue opere si incontrano la vita e l’arte in un singolare connubio di spontaneità e riflessione, sempre capace di destare sorpresa e di coinvolgere lo spettatore. Arturo Vercellino – 2011

Settembre 25, 2026 / 0 commenti
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Carlo Pesce

testi critici

“Raku …” – Sculture in ceramica RakuCarlo pesce critico e storico dell’arte“La tradizione non è semplice atto di custodire e ripetere” – Kichizaemon, XV Raku La ceramica è sicuramente una delle tecniche artistiche più interessanti. Essa può essere considerata un’attività di origine antichissima, in quanto già nel neolitico si cominciarono a modellare recipienti d’argilla che poi furono anche decorati. Le ceramiche, destinate almeno inizialmente a usi pratici, vennero a assumere grande importanza artistica, diventando sinonimo di raffinata e preziosa eleganza. In Cina, ma anche altrove, la ceramica assunse un significato sacro, poiché prodotte con la terra, e quindi cotte dal sole o dal fuoco, tutti elementi naturalistici deificati da molte religioni. La tecnica tradizionale di lavorazione prevede l’ottenimento di una pasta alla quale viene data una forma con una macchina chiamata tornio. Alla formatura segue la fase di cottura in forni a diverse temperature. Le vernici vengono applicate sull’oggetto crudo e, dopo la cottura, formano uno strato protettivo e impermeabile. La ceramica Raku, nata in Giappone verso la fine del XVI secolo, è ottenuta attraverso una particolare tecnica di realizzazione che la differenzia non poco dagli altri modi di fare ceramica. Se dobbiamo cercare un pregio nel modesto romanzo di Baricco dal titolo Seta, lo troviamo nell’evocazione del silenzio che pervade la cultura Giapponese, un silenzio che spesso è l’unico protagonista di cerimonie fatte di gesti misurati e precisi. Il silenzio è un’ essenziale componente filosofica alla base di molte attività, tra le quali la cerimonia del tè. La ceramica Raku ebbe vita proprio per ottemperare a un’esigenza apparentemente semplice, offrire una tazza di tè e berne il contenuto, che si ammanta di valori profondi religiosi e filosofici. Per questo i creatori delle tazze che contenevano il tè divennero molto famosi e i loro oggetti così preziosi da essere preferiti a ben più cospicue ricchezze. Le tazze di Chojiiro, il maestro che per primo forgiò un oggetto Raku, e successivamente gli oggetti elaborati dalle altre dinastie, sono autentici prodotti artistici, dei manufatti che possono essere considerati unici perché perseguono un’espressione artistica puramente individuale, un esempio che non trova paragoni nel contesto storico universale. Una errata interpretazione della ceramica Raku, deriva dalla traduzione del suo ideogramma che significa gioia comoda, semplice, questo porta a pensare che la ceramica Raku sia facile da realizzare, ma non è così. Nella ceramica Raku non si usa mai il tornio, vengono adoperate soltanto le mani per lasciare libera la sensibilità dell’artista e per trasmettere quel calore e quel sentimento che sono prerogativa di un simile atteggiamento. Infine, anche la cottura – di una singola tazza – avviene con un forno a mantice con l’estrazione dell’oggetto mentre lo smalto è ancora incandescente. Renza Laura Sciutto adopera da un decennio la tecnica Raku. Le sue opere sono particolari in quanto, alla ceramica, vi associa elementi di recupero in metallo, elementi che introduce durante la foggia o in un secondo tempo. Concetto Fusillo ha alle spalle una vasta esperienza di ceramista e si è avvicinato alla tecnica Raku da qualche anno, seguendo un percorso di perfezionamento che lo ha condotto a seguire questa tecnica, più immediata e elegante. I due artisti hanno percorsi molto differenti, ma sono uniti dall’idea di valorizzare un’esperienza capace di trasformare la materia qualcosa di bello. La ceramica, in fondo, nella loro visione estetica, è un mezzo per poter affermare l’unicità dell’opera d’arte. L’unione di questi due artisti è sottolineata dalla volontà di affermare una tecnica che ha trovato riconoscimento grazie alle sua serietà, cui però è difficile cogliere, almeno in occidente, la sua peculiarità artistica. Grazie all’arte, o almeno, grazie a ciò che si intende con questa definizione, è possibile mantenere celate le manifestazioni esteriori della tecnica, quasi sconvolgenti di fronte a una mentalità pragmatica – e, purtroppo, utilitaristica – come la nostra, per focalizzarsi sulla libertà di azione, così raggiungibile nel gesto creativo, che dà immediata impostazione a una propria e ben riconoscibile fisionomia. Una libertà che risulta spaziare entro regole ben precise e che crea oggetti preziosi di ottima esecuzione e di impegnativa realizzazione. Non si tratta di prodotti artigianali, si tratta di prodotti, come avrebbe detto William Morris, di “arte/artigianato” e dunque prodotti esclusivi, dalla diffusione molto limitata. Non interessa, almeno in questa sede, analizzare i singoli prodotti, di Concetto Fusillo e Renza Laura Sciutto, conviene osservarli nella loro completezza, individuando il tema della loro azione creativa. Si percepisce la volontà di cogliere l’attimo in cui si sciolgono gli smalti, fotografando il momento in cui la materia si divide tra naturalismo e informe. Gli oggetti, in quanto tali, sono manifestazioni di un naturalismo di fondo, spesso assai recepibile, che mischia una sensazione che porta a indagare l’alba della materia, un qualcosa che contribuisce a manifestare la poesia della sostanza originaria che pervade ogni individualità, una poesia alla quale non importa se proprio l’individualità in questione appartiene al mondo vivente o meno, divinità o presenza miracolosa, di fronte alla quale gli artisti si pongono pronti a manipolarla con entusiasmo, a trarne indefinibili meraviglie, dominati da un moto di estasi che rende la materia qualcosa di gravido di umori e di estremamente vitale. Carlo Pesce – 2011

Settembre 25, 2026 / 0 commenti
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Piera Piombo

testi critici

Osservando le opere di Renza Laura Sciutto si resta immediatamente colpiti dall’equilibrio tra creatività e rigore espressivo, dalla padronanza di tecniche e materiali, dalla sensibilità rivelata nella precisa scelta dei colori. L’artista ha iniziato il suo percorso negli anni ’90 realizzando dapprima maschere e grandi candelabri, per passare poi alla produzione di vasi dalle superfici ben levigate, di piatti e formelle di varie dimensioni, di oggettistica d’uso e da regalo privilegiando la tecnica raku. Da sempre attenta al discorso uomo-natura-ambiente nella costante ricerca di un’armonia spontanea e di una possibile soluzione ai problemi, R.L. Sciutto crea sculture che rappresentano una felice sintesi del suo modo di interpretare la realtà, in cui spesso è la natura stessa a divenire protagonista assoluta: è così che prendono vita forme che evocano organismi unicellulari, colonie di alghe, vorticelle che inglobano i rifiuti dell’uomo, oggetti corrosi dal tempo nelle cui fessure si insinuano vegetazioni o nidificano insetti, simbolo della ribellione e della rivincita di una natura spesso offesa e ferita all’intervento dell’uomo, ma anche canneti che sembrano muoversi al soffio del vento, gufi che ci scrutano impassibili. La passione con cui si accosta ed interviene sulla materia la spinge ad un continuo studio e sperimentazione di nuove tecniche (raku nudo, terre sigillate, gres); ma la sua espressività si rivela anche nella riutilizzazione di materiali ed oggetti (vecchi ferri arrugginiti, rottami di attrezzi agricoli, pezzi d’ingranaggi) che sapientemente accostati ed inseriti assumono un’originale funzione estetica, pur mantenendo inalterata la coerenza con il passato. Da sottolineare l’uso personale degli smalti, scelti nelle tonalità scure e metallizzate, i cui contrasti cromatici esaltano e valorizzano l’essenzialità delle forme, rivestendo le superfici senza mai coprirle del tutto per lasciar trasparire il caldo colore dell’argilla. I suo vasi-personaggio acquisiscono, nella sobrietà delle forme una loro autonomia espressiva grazie ad un solo particolare che suggerisce l’idea di un vecchio o di un bambino, di un uomo o di una donna.  I lavori più recenti, prettamente figurativi rappresentano ballerine, modelle, anacoreti, maternità che richiamano alla memoria idoli ed amuleti preistorici, simbolo della fecondità e della vita che si rinnova. Sono forme che, nella loro staticità e nella loro eleganza volumetrica, soddisfano le esigenze estetiche anche per l’originalità e l’accuratezza dei decori. In esse il volto non è mai delineato: basta un movimento o la curvatura di un corpo o ancora il drappeggio di un abito a far si che tali soggetti si animino dinnanzi a noi e quasi ci sembra di essere li, seduti insieme ai due vecchi a ragionare sul tempo passato e sul significato della vita. L’artista, che ha presenziato a molte manifestazioni e rassegne dove si è imposta con i suoi lavori ricevendo consensi e premi, si è recentemente aggiudicata il Premio della Provincia di Alessandria nella XIII edizione del Premio nazionale di scultura Cesare Pavese per l’opera “Talino” ispirato ad un personaggio del romanzo “Paesi tuoi” di C. Pavese; perché, come afferma Hermann Hesse “ogni uomo corre senza posa e si trasforma e infine si dissolve, mentre la sua immagine, creata dall’artista rimane sempre immutabilmente la stessa” Piera Piombo – 2009

Settembre 25, 2026 / 0 commenti
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